La crisi? Va cambiata la Costituzione.


Commentatori e gente comune si chiedono perché, nel mentre una parte consistente del paese sta veramente soffrendo e il tessuto economico si sta disgregando in modo forse irreversibile, il governo perda tempo con le riforme costituzionali.

E’ quindi arrivato il decreto del fare, definizione a cui, dopo averlo letto, è stato in modo appropriato aggiunto nulla.

Lo scopo del governo i larghe intese, quello per cui Napolitano si è impegnato, non è affrontare i problemi urgenti e immediati del paese.  E’ fare le riforme costituzionali.

Le condizioni del paese le conoscono benissimo e sono parte integrante del piano. Erano perfettamente prevedibili due anni fa, quando venivano imposte le politiche di rigore. Ancora di più erano immaginabili quando venne messo Monti (sempre per mezzo di Napolitano) a fare da salvatore/affossatore della patria.

Nulla di nuovo. Le cose stanno andando come programmate. Come disse Draghi dopo le elezioni: “L’italia va avanti con il pilota automatico”.

Nel frattempo che le cose decantino, ovvero che il tessuto industriale scompaia, che i pezzi pregiati vengano venduti agli investitori stranieri, che gli italiani si abituino e accettino il nuovo status nella loro vita da poveri (prossimo paese emergente, come la Grecia), che emigrino e delocalizzino chi può farlo, questo governo è chiamato a gestire la transizione tramite fuffa mediatica, controllo, fumo negli occhi, gestione eventuale ordine pubblico, far credere che qualcosa si stia facendo mentre non si sta facendo nulla, determinare scoraggiamento, frustrazione, accettazione nella gente.

E, ovviamente, fare le riforme costituzionali. Per questo si sono attrezzati con 40+6 saggi.

C’è un articolo significativo su questo blog :  JP Morgan su questo documento dice che il problema principale per la mancata integrazione dell’area euro sono le costituzioni antifasciste, che sono da riformare.

Quando la crisi è iniziata era diffusa l’idea che questi limiti intrinseci avessero natura prettamente economica: debito pubblico troppo alto, problemi legati ai mutui e alle banche, tassi di cambio reali non convergenti, e varie rigidità strutturali. Ma col tempo è divenuto chiaro che esistono anche limiti di natura politica. I sistemi politici dei paesi del sud, e in particolare le loro costituzioni, adottate in seguito alla caduta del fascismo, presentano una serie di caratteristiche che appaiono inadatte a favorire la maggiore integrazione dell’area europea. Quando i politici tedeschi parlano di processi di riforma decennali, probabilmente hanno in mente sia riforme di tipo economico sia di tipo politico.

I sistemi politici della periferia meridionale sono stati instaurati in seguito alla caduta di dittature, e sono rimasti segnati da quell’esperienza. Le costituzioni mostrano una forte influenza delle idee socialiste, e in ciò riflettono la grande forza forza politica raggiunta dai partiti di sinistra dopo la sconfitta del fascismo.

I sistemi politici e costituzionali del sud presentano tipicamente le seguenti caratteristiche: esecutivi deboli nei confronti dei parlamenti; governi centrali deboli nei confronti delle regioni; tutele costituzionali dei diritti dei lavoratori; tecniche di costruzione del consenso fondate sul clientelismo; e la licenza di protestare se vengono proposte sgradite  modifiche dello status quo. La crisi ha illustrato a quali conseguenze portino queste caratteristiche. I paesi della periferia hanno ottenuto successi solo parziali nel seguire percorsi di riforme economiche e fiscali, e abbiamo visto esecutivi limitati nella loro azione dalle costituzioni (Portogallo), dalle autorità locali (Spagna), e dalla crescita di partiti populisti (Italia e Grecia).

Alla luce di queste considerazioni, si comprende meglio il quadro in cui opera questo governo. Le istanze economico finanziarie cui fa riferimento. Quello che è chiamato a fare e la direzione in cui si muoverà.

In effetti, la maggior parte dei trattati su cui si basa l’Unione Europea sono anticostituzionali. Fino ad oggi hanno fatto finta di non accorgersene e le voci, pertinenti e di merito,  che si sono levate il tal senso ignorate.

Alla radice il problema può essere risolto modificando la Costituzione.

Per questo, senza far gridare al golpe ma usando la vaselina, come hanno fatto finora, hanno bisogno di una maggioranza qualificata. Il governo delle larghe intese la cementa e la rende possibile.

La loro comunicazione si basa su due livelli:

il primo, più generale, per chi si ferma all’informazione main stream, è riassumibile con: ti pisciano in testa e ti dicono che piove.

il secondo, per chi vuole approfondire, è ti pisciano in testa e ti dicono che ti pisciano in testa.

Ma quale complottismo: è tutto scritto, chiaro, ad evidenti lettere.

E’ prevedibilissima anche la strategia attraverso cui modificheranno la Costituzione: si farà un gran parlare di fuffa. La legge elettorale ad esempio, nonché altre riforme che andranno addirittura nel senso che la gente anticasta-anticorruzione auspica: riduzione del numero dei parlamentari… (tanto non fanno un cazzo, che li paghiamo a fare?) nel frattempo modificheranno in modo meno appariscente, quasi in sordina, tale che se ne accorgeranno solo poche e inascoltate voci, alcuni tratti salienti.

Quello che ne uscirà fuori sarà, possiamo anche scommetterci qualcosa, una costituzione senza troppe garanzie e contrappesi fra i poteri amministrativo-giudiziario-legislativo. Qualcosa che renderà possibile decidere senza legacci e lacciuoli di sorta a chi governa. Qualcosa che lasci della democrazia parlamentare solo il guscio.

PERCHE’ IN ITALIA UN SUICIDIO “NON FA LA RIVOLUZIONE”


Sono due-tre giorni che mi chiedo quale differenza passi tra un tunisino, venditore ambulante, che si dà fuoco per protesta davanti alle autorità locali che gli hanno confiscato la merce, e un italiano, di professione fioraio, che s’immola allo stesso modo negli uffici del suo Comune lanciandosi poi dal balcone per dimostrare la sua disperazione a chi non vuol concedergli la concessione per l’uso dello spazio prospiciente il negozio.

Evidentemente non c’è alcuna differenza: sono entrambe storie di persone esasperate che per un motivo o per l’altro non vedono più una via d’uscita per la loro situazione.

Nella foto: i funerali del fioraio suicida di Ercolano

Ma in un caso, quello tunisino, è “scoppiata la rivoluzione”, e tutto il mondo ha saputo dell’immolazione del giovane Bou Azizi. Nell’altro, quello italiano, a malapena ci si ricorda, passata la “notizia di cronaca”, della fine orrenda del povero Antonio Formicola. Al massimo si organizza una raccolta di firme per cacciare il sindaco di Ercolano e il capo dei Vigili Urbani.

Eppure, in Italia, a giudicare dal progressivo deterioramento delle condizioni economiche e sociali, gli estremi per uno scatto d’ira collettiva ci sarebbero tutte.

Molte attività commerciali a conduzione familiare faticano a restare aperte e un tot di piccole imprese chiudono baracca e burattini, strette nella morsa dello Stato che le considera covi di “furbetti del quartierino” e dei centri commerciali che proliferano come cellule tumorali attorno a cellule sane (dietro un negozio c’è una famiglia, ma nei “mall” tutti sono dipendenti di qualche anonimo consiglio d’amministrazione). Lavoro dipendente non ce n’è quasi più, e manco basta inventarselo, alla faccia delle magnifiche sorti e progressive che avrebbe atteso il berlusconiano “popolo delle partite Iva”. Se vuoi fare il contadino o l’allevatore e cavare anche una resa in soldoni devi stare entro gli assurdi parametri dell’euroburocrazia che stabilisce “quote” e “norme” senza alcun criterio apparentemente logico, mentre dal cielo aerei senza pilota e senza contrassegno bombardano a più non posso con sostanze le più nocive i campi che dovrebbero darci da mangiare del cibo sano. I concorsi pubblici ormai si fanno ogni morte di papa (e tra l’altro ora i papi si dimettono!) e chi riesce ad andare in pensione non viene sostituito, o almeno non si dà a chi va a rimpiazzarlo un “posto di lavoro” di pari dignità: non a caso il ritornello dell’attuale “governo dell’ammucchiata” è quello del “lavoro per i giovani”, naturalmente a condizioni capestro e indegne d’un uomo libero.

Se poi si aggiunge che deve usare una moneta non sua (causa, tra le altre delizie, del famoso “debito pubblico”) e deve sopportare la presenza d’una pluridecennale occupazione militare, nonché politica, economica e culturale da parte degli Stati Uniti, che cosa resta dunque da fare al bistrattato popolo italiano?

Forse, nelle intenzioni di chi viene oculatamente ed alternativamente piazzato a fargli sistematicamente la guerra (v. “governare”), dovrebbe passare le giornate nelle sale per scommesse che lo Stato stesso incoraggia immoralmente, o proporsi come corriere della droga per qualche “cartello” ben ammanicato con l’Oltreoceano. O magari mettersi al servizio di qualche associazione a delinquere, di cui certo l’Italia non difetta, oppure prostituirsi e basta, uomini e donne non fa differenza, fintanto che la cosa non provocherà un conato di vomito quando capiterà di riguardarsi allo specchio.

Insomma, le occupazioni “alternative” e le maniere per tirare a campare non mancano, né quello italiano è un popolo al quale manca il proverbiale ingegno!

Questo è, in sostanza, il messaggio che passa dai “palazzi della politica”.

Ma perché, dicevamo, in Tunisia “il popolo” s’è rivoltato, mentre in Italia, sebbene i suicidi qui siano addirittura in quantità superiore, tutto resta a bocce ferme?

Premesso che il mito della “rivoluzione” ha fatto il suo tempo (per cui non è tanto interessante che “scoppi un casino” e che “tutto cambi affinché nulla cambi” quanto constatare almeno la capacità reattiva d’un popolo vessato), proviamo a capire perché gli italiani non si ribellano e non accennano a farlo, ma anzi ingoiano il rospo lasciandosi andare a gesti autolesionistici ed irreparabili, oppure, in numero crescente, chiudendo definitivamente con l’Italia (v. emigrazione e “fuga dei cervelli”) e la sua atavica condizione apparecchiata per creare solo difficoltà a chi ha voglia di fare e, fondamentalmente, di vivere tranquillo senza assilli e patemi.

Il primo dato da considerare è che dietro una “rivoluzione” c’è sempre un’organizzazione. La “presa della Bastiglia” col popolo urlante ed i forconi in mano è più che altro una presa… per il culo che ancora propinano agli studenti delle scuole. La cosiddetta “Primavera araba” è stata preparata per anni con tutto un lavorio di personale addestrato dalle varie “organizzazioni non governative”, che a sua volta ha individuato gli elementi locali adatti a guidare la protesta e, soprattutto, a diffondere stati d’animo atti a facilitare il “cambiamento” e far scivolare così il paese di turno nell’orbita americana. I soldi, come in tutte le situazioni simili, non sono mancati, né la copertura mediatica in favore di “dissidenti” (se ne trovano sempre) e di giovani di belle speranze (di far soldi e carriera con lo Zio).

Qua, invece, dove siamo già straoccupati dall’America fino al midollo, non c’è alcun interesse a dare un seguito “rivoluzionario” a questi frequenti gesti estremi di disperazione. Pertanto finché una grande potenza (Russia o Cina) non si metterà in testa di utilizzare gli stessi sistemi delle “rivoluzioni colorate” targate Occidente (infiltrazione, sostegno, copertura mediatica eccetera), hai voglia te a suicidarti: possiamo anche ammazzarci tutti, in diretta televisiva, e non accadrà nulla.

Gli italiani, è vero, un segno di disaffezione e di larvata protesta verso l’andazzo lo stanno mostrando, sia disertando le urne, sia premiando il Movimento Cinque Stelle, che al di là di ogni altra considerazione è senz’altro una discreta novità e, almeno a parole (quanto ai fatti è ancora presto per giudicare), sembra voler cavalcare alcuni temi di cruciale importanza, quali la sovranità monetaria e militare della nostra nazione. Certo è che questo movimento, se vuole davvero incidere, deve smetterla di perdere tempo con quisquilie e quali la restituzione dei rimborsi elettorali o delle “diarie” e puntare diritto, martellando dalla mattina alla sera, sulle suddette due istanze sovraniste, andando davvero al di là della destra e della sinistra perché la sovranità nazionale non ha colore politico.

Ma gli italiani, compresi i nuovi esponenti del movimento guidato da Beppe Grillo, hanno la stoffa e il coraggio per condurre una simile battaglia all’arma bianca? Oppure preferiscono cincischiare e polarizzarsi insulsamente, agiti come delle marionette, sui temi che il circo mediatico gli dà di continuo in pasto per distrarli e dividerli a tempo indeterminato?

Sì, gli italiani sono troppo faziosi e non individuano la radice del problema che affligge la vita di molti di loro. Ovviamente non sto parlando ad un livello “filosofico”, quello della fatidica “domanda essenziale” (ché quella resta la medesima per il miliardario e il barbone), ma di quelle condizioni socio-economiche e, prima ancora, politiche, che rendono l’esistenza d’una nazione fiera perché libera, e dignitosa perché non dipende dagli schiribizzi dello “spread”.

La radice di questa faziosità risale probabilmente a secoli addietro, ma certo è che l’epilogo del Fascismo e la stagione degli “anni di piombo” ci hanno messo del suo, col Badrone anglo-americano-sionista a pompare dosi da cavallo di odio tra italiani. Ecco perché una sana pacificazione nazionale non può che passare per il superamento dell’antifascismo in assenza di Fascismo, per dirla con le parole di Costanzo Preve. Ma va da sé che tale esito non può che prevedere, preliminarmente, la fine della sudditanza e del servaggio verso i nostri sfruttatori ed occupanti, con defenestrazione dei loro lacchè, e successiva bonifica mentale dopo decenni d’inquinamento esistenziale, perché quando è stato libero e sovrano il popolo italiano ha dimostrato di non essere secondo a nessuno, e nemmeno più diviso, anche se i documentari della Bbc, riversati a fiumi nelle nostre case col digitale terrestre, possono ingannare un pubblico di disinformati sull’inarrivabile “genialità” anglo-sassone e l’elevatezza del relativo ed inimitabile “stile”.

Col che si capisce che l’importante nella vita è vendersi bene, e con gli strumenti adeguati. E che la divisione e la discordia sono la mala pianta che origina dal seme dell’occupazione straniera.

In Italia poi, oltre ai suicidi causati dalla “crisi”, è in corso più d’una vibrante e reiterata protesta che coinvolge molti cittadini, come quella contro il Tav Torino-Lione, che prescindendo da ogni considerazione di carattere politico e/o geopolitico, presenta modalità analoghe a quella di questi giorni in Turchia, dove le iniziali rivendicazioni di tipo ambientalistico s’allargano fino alla messa in discussione della legittimità stessa dell’operato del governo (se non proprio della sua esistenza).

Sembra infatti che la minaccia di tagliare degli alberi di un parco per far posto ad un progetto urbanistico abbia prodotto il subbuglio di questi giorni nel Paese della mezzaluna. Per carità, la cosa in sé può risultare odiosa e non condivisibile, ma con tutta evidenza c’è dell’altro per mettersi a protestare in pianta stabile da giorni e con quella determinazione. Mi chiedo quindi se non ci sarà anche chi sta sostenendo i rivoltosi perché ha un qualche interesse a modificare il corso della politica turca. Ogni governo straniero s’è in effetti messo a dire la sua e ad intimare a Erdogan cosa deve o non deve fare. Oppure vogliamo credere (come in Tunisia, Egitto eccetera) che sia tutto spontaneo?

E che ci stiano simpatici o meno i “No-Tav”, in Val Susa le botte son volate per davvero e diversi attivisti sono stati fatti oggetto d’intimidazione e repressione. Né sono mancate sonore manganellate sul groppone di chi qualche mese fa manifestava nelle piazze di alcune capitali europee. Eppure tutto va avanti come se nulla fosse, mentre se le stesse briscole le tira la polizia turca mezzo mondo vien fatto “indignare” a mezzo stampa. Forse qualcuno aveva gridato allo scandalo e alla repressione redarguendo i vari governi greco, spagnolo ecc. per uno “spropositato uso della forza”? No, perché nel contesto europeo non deve avvenire in alcun modo un cambiamento politico, anzi, devono rafforzarsi la presa della Nato e la dittatura dei signori del denaro.

Russia o Cina hanno protestato per i “diritti umani” violati? Non mi risulta. D’altra parte, se in giro per il mondo il “modello americano” trova diversi appassionati, tra cui giovani sprovveduti che non sanno cosa li aspetta e qualche volpone che ha fiutato l’affare, va ammesso che dalle nostre parti non vi sono schiere di entusiasti ammiratori di potenze in grado di competere con quella americana, anche e proprio a causa del grave ritardo, in giro per il mondo, nella comprensione della devastante incisività del cosiddetto “soft power”, ovvero tutto quell’apparato di condizionamento attivato attraverso una “cultura” ed una “informazione” in grado di catturare simpatie e consenso.

In un quadro del genere, diventa perciò assai difficile per dei sinceri patrioti disposti a giocare ‘di sponda’ conseguire l’obiettivo della liberazione nazionale.

Ma un fatto è certo. Come una rondine non fa primavera, un suicidio non fa la rivoluzione, specialmente se non si ha coscienza di qual è la radice del problema (l’assenza di sovranità) e la causa di un disagio sociale ed economico che si traduce in drammi come quello del suicidio di chi non riesce più a sopportare una situazione resa insostenibile.

Enrico Galoppini
Fonte: http://europeanphoenix.it
Link: http://europeanphoenix.it/component/content/article/3-societa/636-perche-in-italia-un-suicidio-non-fa-la-rivoluzione

Non usciremo mai dalla crisi – se restiamo nell’euro – e andrà sempre peggio.


Una cosa che mi piaceva, fra quelle ripetute spesso da Beppe Grillo, era il concetto che non è una questione di destra o di sinistra. Se un’idea è buona è buona, oppure è cattiva.

C’è sicuramente un’idea buona in circolazione: quella di uscire dall’euro. Non è né di destra né di sinistra. E’ solo una buona idea.

Luttwak è un conservatore americano, Alberto Bagnai è sostanzialmente di sinistra.
Di seguito un’intervista al primo e un articolo del secondo.

Non c’è nessuna possibilità di uscire da questa crisi, ma anzi la situazione andrà precipitando, se non si comincia a pensare in questi termini.

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Intervista a Edward Luttwak de “Il Giornale”.

«Di euro si muore». Edward Luttwak scandisce questo motto così, con l’aria di chi forse sta un po’ esagerando, ma neppure tanto. Perché l’Italia si trova a un bivio: pagare il conto salato per una scelta azzardata o continuare una «non vita da zombie» nel segno di un’austerity senza fine. Non è una profezia. Non è neppure un’opinione. È questione di logica, di numeri ed è ciò che pretende l’Europa.

L’economista di Arad a volte è spietato, ma se lo fa è perché non crede nelle illusioni. Non ha mai pensato che l’euro fosse la mossa giusta per l’Italia. Siamo finiti, per scelta, nella casella sbagliata. E lui lo dice dal 1996. Scriveva. «Finirà come nel 1940. Allora l’Italia non aveva alcuna convenienza ad entrare in guerra, ma l’istinto del gregge fece sì che Mussolini, che pure l’aveva intuito, facesse questo errore. Si diceva, anche allora, tutte le potenze mondiali entrano nel conflitto, perché noi dobbiamo starne fuori? Siamo forse di serie B? E così l’Italia commise un grande errore».

Luttwak come Cassandra?

«Spero di non fare la stessa fine. Non sono un veggente e non dialogo con gli dei. Forse so leggere la realtà».

Una moneta non è una guerra?

«Sì, ma le conseguenze economiche a volte sono le stesse».

L’Italia è in un vicolo cieco?

«No. Può scegliere».

Cosa?

«Va via dall’euro. Sceglie un’altra moneta. Potrebbe tornare alla lira, ma io consiglio il baht thailandese. Questo significa che i ricchi italiani pagheranno molto di più le vacanze a St. Moritz e una Mercedes costerà un occhio della testa, però vedremo i muri tappezzati di avvisi con scritto: cercasi operaio specializzato. Le aziende italiane tornano a esportare, la Fiat farà 3-4 turni di lavoro, la produzione cresce, la disoccupazione scende e finalmente l’economia italiana torna a vivere. Adesso è praticamente morta».

Sembra facile.

«Non è facile per niente. Perché c’è un prezzo da pagare altissimo. Farà male».

Tipo?

«Le banche falliranno».

C’è già la fila a ritirare i soldi.
«Ho detto che le banche falliranno, come imprese. I correntisti non rischiano. Non perdono i soldi».

L’alternativa?

«Restare nell’euro, con un’economia da morti viventi. Non si uscirà mai dalla crisi. Immagini questa situazione che si protrae per cinquanta, cento anni o per sempre».

Apocalittico.

«Non posso farci nulla. L’Italia ha firmato un patto con l’Europa. Il primo dovere è portare il deficit annuale a zero. Questa è già un’impresa. Significa tasse e tagli insopportabili. Ammettiamo però che ogni italiano accetti di diventare sempre più povero e senza futuro. Tutto questo non basta. L’Italia dovrà ridurre il debito pubblico di 40 miliardi. Sa cosa significa? Equivale a 10 Imu. Non ti riprendi più».

I patti con l’Europa si possono rivedere, cambiare.

«Non c’è dubbio. Ma ai tedeschi non conviene. Non vogliono cambiare nessun parametro. A costo di uscire loro dall’euro. E senza la Germania questo euro non è più l’euro».

O noi o loro?

«Esatto. Vede, ogni nazione deve scegliere razionalmente la propria valuta. I politici hanno caricato di un enorme valore simbolico il fatto di essere membri di un circolo monetario. Ma la zona euro fatta su misura per i paesi del Nord Europa, fosse in un’area monetaria più adatta alla sua economia. Siete come chi vive in un’isola del Mediterraneo e vuole frequentare un club di Amburgo. Il solo andare e venire ti manda in rovina».

Può esserci euro senza Italia?

«Ma all’Italia conviene l’euro? Io penso di no. Tu staresti in un club dove i vantaggi sono pochi e il prezzo non solo è alto, ma rischia di cancellare il tuo futuro? Un individuo che pur di stare in un circolo esclusivo si rovina è uno stupido. Stranamente questa regola sembra non valere per gli Stati, ma il concetto è lo stesso».

Siamo diventati così periferici?

«Per niente. Non è una questione di periferia, ma di interessi. Quelli italiani non sono gli stessi del Nord Europa. L’Inghilterra sta fuori e non è periferica. Ritiene invece che gli affari della Germania sono diversi dai suoi. L’economia italiana è così poco periferica che sta creando guai in tutto il mondo».

Cioè?

«L’Europa e l’Italia in ginocchio per la crisi sono un problema per il Brasile, per la Cina, per gli Stati Uniti. Non conviene a nessuno. Sta saltando un equilibrio. L’Italia morente è un problema geopolitico grave. Da quando l’Italia è in Eurolandia non cresce. È un fatto: scarso lavoro, zero aumento del reddito. Certo, gli italiani possono appiccicarsi la medaglietta dell’euro, ma non esportano più. Se questi politici rispettabili si guardassero in giro e facessero una scelta razionale, cambierebbero subito valuta. I greci avrebbero dovuto farlo subito. Gli spagnoli ancor prima».

Non le piace l’Europa, confessi.

«Non mi piace un’oligarchia che trova normale prendere i soldi dai conti correnti degli individui, di notte, come fanno i ladri».

 

 

 

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Articolo de “Il Fatto Quotidiano” Alberto Bagnai

Il 15 giugno prossimo verrà presentato a Parigi il “Manifesto di Solidarietà Europea”, una proposta di segmentazione controllata dell’Eurozona a partire dall’uscita dei paesi più competitivi, come strategia per evitare il collasso economico e politico dell’Ue.

La proposta non è originale: già nell’ottobre 2010 il premio Nobel Joseph Stiglitz aveva dichiarato al Sunday Telegraph che se la Germania non avesse abbandonato l’euro, si rischiava che i governi dell’Eurozona scegliessero la strada dell’austerità, trascinando il continente in una nuova recessione.

Così è stato. L’idea di Stiglitz è stata approfondita e fatta propria da un gruppo di economisti europei con percorsi accademici e politici disparati: dai conservatori Hans-Olaf Henkel (ex-presidente della Confindustria tedesca) e Stefan Kawalec (già sostenitore di Solidarnosc ed ex-viceministro delle Finanze in Polonia), ai progressisti Jacques Sapir (economista legato al Front de Gauche francese) e Juan Francisco Martin Seco (membro del comitato scientifico di Attac in Spagna). Anche in Italia l’adesione è stata trasversale: da Claudio Borghi Aquilini (editorialista del Giornale, già manager di Deutsche Bank Italia), al sottoscritto.

La scelta della Germania

Si realizza così quanto scrivevo il 29 novembre 2011 nel mio blog, sostenendo che “l’unica soluzione razionale per la Germania è propugnare un’uscita selettiva o generalizzata”. Il partito euroscettico tedesco (Alternative für Deutschland) era ancora di là da venire, ma che si sarebbe andati a parare lì era chiaro per due motivi.

Il primo è che la crisi europea trae origine dalle rigidità proprie alla moneta unica. L’euro ha falsato il mercato (portando all’accumulo di ingenti crediti/debiti esteri), e ingessato le economie (impedendo alle più deboli di reagire con una fisiologica svalutazione allo choc determinato dalla crisi americana). Il ripristino di un rapporto di cambio meno artificiale fra Nord e Sud è quindi uno snodo necessario, anche se certo non sufficiente, nel percorso di soluzione della crisi.

Il fascino del marco

Il secondo motivo, politico, è che l’equilibrio dell’Eurozona si regge su due menzogne: quella dei politici del Sud (“l’euro vi proteggerà”), e quella dei politici del Nord (“la crisi è colpa dei Pigs”). Che l’euro non ci abbia protetto è chiaro. Lo è anche il fatto che dell’origine e dell’aggravarsi della crisi è corresponsabile l’attuale leadership tedesca.

Ma mentre i nostri politici non possono ora venirci a dire che l’euro è stato un errore, ai politici del Nord è più facile scaricare sui paesi del Sud la colpa e propugnare come soluzione l’abbandono dell’euro. Lo sganciamento dall’Eurozona, vissuto al Sud come una sconfitta, al Nord sarebbe visto come il riappropriarsi di un simbolo vincente di identità nazionale (il marco).

L’obiezione secondo la quale avendo la Germania beneficiato dall’euro, non vorrà abbandonarlo, è inconsistente.

Certo, l’euro, impedendo alla Germania di rivalutare, le ha attribuito un’i ndebita competitività di prezzo: lo ricorda perfino il Fondo monetario internazionale (Fmi). Ma in economia non ci sono pasti gratis: nel momento stesso in cui l’euro rendeva convenienti per il Sud i beni del Nord, esso poneva le basi per il crollo finanziario del Sud, che ora è in caduta libera e non può più sostenere con la propria domanda l’economia tedesca.

La conseguenza è una forte sofferenza di quest’ultima, le cui prospettive di crescita per il 2013 sono state recentemente dimezzate dal Fmi. La rinuncia al vantaggio in termini di prezzo sarebbe quindi per la Germania una manifestazione di solidarietà (consentirebbe il rilancio delle economie del Sud), ma soprattutto di razionalità.

L’uscita sarebbe anche meno costosa dell’unione fiscale: il “costo del federalismo” – ovvero l’ammontare dei trasferimenti da Nord a Sud necessari per ripristinare una situazione equilibrata senza ricorrere alla leva del cambio – è stato stimato da Jacques Sapir in quasi il 10 per cento del Pil per un paese come la Germania. Trasferimenti di questa entità sono politicamente improponibili.

Se una segmentazione dell’euro è necessaria, è più razionale realizzarla lasciando che nella transizione le economie più deboli godano della relativa stabilità della moneta unica: fra euforia da “nuovo marco” e panico da “liretta” è piuttosto evidente cosa convenga scegliere. Non si tratta però di una proposta di euro a due velocità. Il Manifesto considera la possibilità di ulteriori segmentazioni, fino a un eventuale ritorno alle valute nazionali.

Un percorso non facile, ma necessario, e comunque più gestibile se realizzato in modo ordinato, con il progressivo distacco dei paesi più competitivi.

 

Outing


Faccio outing al contrario.
Qualche mese fa dicevo che anche se parecchio mi lasciava perplesso ritenevo comunque giusto impegnarmi attivamente per dare forza al m5s. Per quanto era nelle mie possibilità l’ho fatto.

Nonostante i limiti strutturali evidenti e gli errori di inesperienza, avevo comunque la speranza che in quella che appariva come una galassia in formazione in cui c’era di tutto, fosse possibile l’emergere di qualcosa di nuovo con una forte progettualità politica e in grado di elaborare delle proposte di cambiamento reale.

Non ho lesinato le critiche, che ritenevo costruttive. Alcuni limiti li ho visti come pesanti handicap strutturali impossibili da superare, ma speravo che i loro effetti inevitabili potessero essere procrastinati, aggiustati, ammorbiditi.
Così non è stato.
C’è stata anzi una tendenza quasi suicida nel metterli in evidenza, nel porre quelli che sono oggettivamente delle debolezze quasi fossero al contrario punti di forza.
Incomprensibile.

Il m5s è diviso fra un progetto a lunga scadenza che vive, piuttosto vagamente, nella mente di alcuni, a metà fra l’utopistico e il velleitario, e piccole politiche che non vanno oltre la giornata. In mezzo, fra il fine ultimo vagheggiato e l’immediato del conto della serva, non c’è coniugazione.

Dei progetti ultaterreni per i nostri discendenti poco ci importa e il conto della serva si è importante, ma non è proprio di spiccioli che vorremmo sentir parlare.

Inoltre ci sono varie anime, fra loro in contraddizione.
Fin tanto si rimaneva nell’ambito dei desiderata, del quando arriviamo lì vi faremo vedere  è andato tutto bene. Ma poi appunto, quando c’era da far vedere… allora le anime sono venute fuori.

Alcune francamente disarmanti nella loro pochezza. Deludenti, per non dire ridicole.
I media hanno avuto buon gioco nel metterle in evidenza.
Ma la disonestà intellettuale dei media non è nell’aver mostrato la pochezza di certe posizioni: bensì nell’aver sottaciuto con abilità le parti migliori e l’aver messo in evidenza i limiti del m5s “dimenticando” ciò a cui esso era alternativa: ovvero quel merdaio della politica italiana degli ultimi 20 anni.

C’è sicuramente una parte sana e onesta nel m5s e anche tendenzialmente capace in futuro di essere parte attiva di un eventuale cambiamento. Ma oggi essere onesti e volenterosi è una condizione necessaria ma assolutamente non sufficiente, dati i tempi che corrono.

In tempi di crisi epocali occorrono progettualità epocali. Ma anche capacità di tradurre questa progettualità in passi concreti. Uno dopo l’altro.

Non si può guidare il popolo verso la terra promessa e dirgli ogni sera: nel frattempo arrangiatevi.

Ammesso (e non concesso) che questo progetto a lunga scadenza sia perseguibile e desiderabile, manca totalmente il dispiegamento nella pratica politica quotidiana, che si limita da una parte ad una cieca attenzione a ciò che fanno gli altri, avendo alcuni preso molto sul serio il loro ruolo di controllori del parlamento, e dall’altra alla faticosa elaborazione di progetti di legge comunque scollegati da disegni complessivi che restano lettera vuota, fiori all’occhiello che nessuno vede e a che nessuno saranno utili.

E’ ovvio che il ruolo autoassegnatosi di poliziotti anticasta, seppure meritorio, è ridicolo, per una forza che per un momento ha incarnato in molti elettori la speranza di cambiare il paese.

C’è un equivoco: il fatto che gli altri facciano schifo è la causa per cui voi siete stati votati. L’effetto non può essere quello di sentirci raccontare che gli altri fanno schifo e voi no.

E’ la tautologia che assurge a prassi politica. E lo sconcerto si traduce in crolli elettorali. Negati peraltro, tristemente.

Per contro, anche elaborare delle  buone proposte, appare estemporaneo e asfittico, dal momento in cui non solo vengono regolarmente disattese, ma riuscirebbero comunque a incidere ben poco nella realtà economica di un paese sull’orlo del collasso. E sono comunque inserite in un quadro contraddittorio che pesca, sembra  casualmente,  in teorie e idee che fra loro fanno a pugni.

La parte migliore del m5s, che lavora in parlamento (e ci sono veramente persone in gamba!) è come un criceto chiuso in gabbia.  A breve vedremo i segni dell’inevitabile disillusione, dopo l’entusiasmo iniziale.

Su tutto il problema di un Grillo, deus ex-machina, incapace di cambiare un registro che è come imballato da febbraio. Le sue considerazioni anziché aprirsi in una logica propositiva si stanno chiudendo sempre di più. Forse ormai irrimediabilmente il personaggio ha perso forza e credibilità.
Quell’aura di conquistatore travolgente che lo avvolgeva nello tsunami tour è scomparsa, mostrando impietosamente che il “genio” era casuale.
L’uomo giusto al momento giusto, che però, non appena il momento è leggermenta cambiato, non ha avuto l’accortezza di adattarsi.

Si sperava che, seppure non avendo la levatura del leader all’altezza del ruolo che i tempi richiedono,  ci fosse la capacità di farsi un po’ da parte, attraendo competenze e capacità, cucendole in un disegno che avesse un minimo di organicità.
Insomma che il personaggio Grillo lasciasse crescere la sua “cosa”, mettendosi al servizio di essa invece che, come appare, gestirla come in un rapporto morboso di possessività fisica.

Dopo il partito azienda, con la politica gestita come un’impresa, abbiamo avuto il partito teatro, con gli elettori gestiti come spettatori paganti, e ai primi fischi gli si dice: chi vi ha detto di entrare? se non vi piace uscite, smettetela di fare casino, questo è lo spettacolo e non si cambia.

Questo rischio si intravedeva, ma, speravo, che quella parte del paese senza sbocchi nella politica tradizionale, nell’amalgama del m5s potesse proporre, elaborare, lanciare delle politiche alternative a quelle di sistema. In una parola “emergere” come proposta di ampio respiro, politica, ideale.

Non è detto che ciò non avvenga, ma dato che anziché essere favorita è stata osteggiata, i tempi si allungano. E non di poco.
Quando dico osteggiata intendo appunto che oggi la posizione narcisistica e autoreferenziale del movimento di Grillo è in realtà un limite alla crescita del nuovo. Una ulteriore pesante pietra, forse tombale.

Mi sarei anche stufato di avere ragione


I risultati elettorali presentano due dati evidenti: l’astensione e la vittoria del centrosinistra. Gli elettori di quest’ultimo schieramento hanno un maggiore senso civico e/o attaccamento alla maglia, quindi vanno a votare e consegnano le amministrazioni di molte città a quello che sembrava essere la compagine uscita peggio dalle politiche di febbraio, gli ex di centrodestra e/o m5s a febbraio non si scomodano, sapendo che nulla cambierebbe in ogni caso.

Questi dati indicano una situazione fluida di delusione e conseguente dispersione, ma potrebbe essere anche come una molla che si sta caricando.

L’astensione può essere cinica e disincantata, ovvero semplicemente si ignora la politica e si pensa al proprio microcosmo, e può essere una forma, sia pure priva di sbocco, di protesta. Nel primo caso bisogna però starsene abbastanza tranquilli in quel proprio microcosmo, e oggi siamo in una situazione in cui se sempre di più questa tranquillità viene erosa e rimpiazzata da insicurezza.
E’ un astensione quindi che non ignora la politica, ma la guarda con astio crescente, rabbia e senso di frustrazione.

Una molla che si sta caricando nel senso che questi voti rimasti fuori a guardare non sono disinteressati. Al contrario potrebbero spostarsi repentinamente verso chi sarà in grado di parlare alla loro necessità di rivalsa.

Se qualcuno, chiunque sia, riuscisse a trovare gli argomenti giusti per liberare quella molla ne avrà una spinta tale che lo proietterà al potere con un solo colpo e quanto più la rabbia in giro continuerà ad aumentare tanto più avrà carta bianca per gestirlo, quel potere.

E’ come una pistola col cane alzato.

Il punto è: chi può premere il grilletto?

Potrebbe in realtà non essere necessario e la situazione nella sua instabilità essere perfetta così.
I due “clown”, come sono stati chiamati in europa Berlusconi e Grillo sono stati confinati e il loro consenso eroso.
Il fatto che si dividano i pochi voti rimasti è un bene. Si indeboliscono a vicenda.

E sono entrambi abbastanza sputtanati da non rappresentare un polo di attrazione credibile per buona parte dell’astensione.

Molti italiani che pure stanno aspettando il santo cui votarsi non possono tornare (o iniziare) a fidarsi di Berlusconi dopo ventanni di bugie.

Grillo, in parte per via della forsennata campagna mediatica contraria ma molto per demerito proprio, fra contraddizioni strutturali e discorsi confusi, è sulle sue orme.

Il paese non è in grado di produrre una nuova classe dirigente all’altezza del momento storico. E nemmeno la vecchia è in grado di riciclarsi.

E allora?

Allora niente.
I poteri che hanno buttato fuori Berlusconi dal governo del paese nel 2011 mettendoci Monti al suo posto e che contavano su un dopo Bersani-Monti hanno recuperato in parte la situazione. Non a caso è riapparso Bersani a rivendicare la vittoria.

Berlusconi che sembrava essere stato il vero vincitore del post politiche di febbraio è messo alle strette processualmente e perde forza con questi risultati elettorali.
Il cavaliere potrebbe essere tentato di rovesciare il tavolo.
Politiche e amministrative sono due cose diverse. Le campagne elettorali in cui è lui direttamente a concorrere possono avere ben altri risultati.

Ma deve fare in modo che la “colpa” non ricada su di lui, perché la caduta del governo diventerebbe un ulteriore alibi per il centro sinistra e un handicap per il centro destra.

Grillo sembra incapace di cambiare marcia. E’ imballato da febbraio. Le sue politiche anziché aprirsi in una logica propositiva si stanno chiudendo sempre di più. Forse ormai irrimediabilmente. Il personaggio ha perso forza e credibilità, quell’aura di conquistatore travolgente che lo avvolgeva nello tsunami tour è scomparsa, mostrando impietosamente la pochezza che c’era dietro.

Ora che è ridimensionato e sotto controllo gli attacchi forsennati dei media cesseranno. Perché fa comodo che esista e tenga in una riserva sterile parte dell’elettorato.

Quindi?
Niente. Va bene così.  Non per noi, ovviamente, ma per loro.

E c’è sempre quel grilletto da tirare. Nel caso occorresse.
L’uomo forte i media possono sempre inventarlo dal niente. Noi no.

 

Chi può scendere scenda. Chi ha il salvagente se lo metta.

Per ripararsi dal redde rationem prossimo e inevitabile dobbiamo costruire una rete di solidarietà, anche se il momento, paradossalmente, sembra più invitare a chiuderci ognuno fra le mura della propria casa, meglio se con un po’ di scorte e bene armati (è una metafora).  Parenti, amici, conoscenti… una rete che diventerà fondamentale, per molti motivi.

La Grecia anche in questo insegna.

Non usciremmo da questa situazione senza grandi sofferenze.

Scusate se vi sembro pessimista. Cancellatevi dal blog. Non leggetemi se vi faccio venire cattivi pensieri.

Certo a qualcuno questo discorso sembrerà esagerato. Ma sapete, la realtà appare diversa a seconda del punto di vista da cui la si guarda.

Su un bel po’ di considerazioni il mio pessimismo è stato negli ultimi anni anche troppo ottimista, visto poi come sono andate le cose.  Mi sarei anche stufato di avere ragione. Felice di essere smentito.